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In memoria di Auschwitz

Neve

In memoria di Auschwitz

Neve lungo i 70 km circa che separano Cracovia da quelli che menti malate hanno provato addirittura a chiamare “campi di rieducazione”.

Neve, ghiaccio e freddo passando per le periferie e le pianure grigie della Polonia.

Neve che si posa sui fitti boschi neri, dove tra gli alberi spogli e cristallizzati sembrano vagare ancora le anime e le voci dei condannati.

Neve pesante sulla veranda di un ristorante italiano chiamato “Taormina” quasi per evocare il sole, a poca distanza dai cancelli dell’infamia.

Neve e fango e bianco e gelo a pochi passi dal binario della morte di Birkenau, quello dove si arrivava per non tornare mai più indietro.

Neve ovviamente anche sulla lugubre scritta “Arbeit macht frei” del campo di prigionia di Auschwitz 1, quello che a prima vista poteva addirittura sembrare un villaggetto di case di mattoni tutte ordinate.

Neve ovviamente anche sulla lugubre scritta “Arbeit macht frei” del campo di prigionia di Auschwitz

Una distesa immensa di neve, a coprire i pensieri, a bloccarli nel ricordo, sul grande piazzale di Birkenau, tra le rovine dei forni crematori, tra le file di capanne di legno che hanno ospitato le ultime speranze, gli ultimi respiri di quasi un milione e mezzo di persone, provenienti da 28 paesi.

E neve a rendere più viva e tragica la scena, a far immaginare tutto il freddo, la solitudine e il dolore che ebrei, nemici politici, intellettuali, omosessuali e zingari hanno subito. Mentre fischia la bufera e nella coltre di bianco si vedono da lontano macchie nere e indistinte di turisti e guardiani e poliziotti che “animano” il paesaggio di Auschwitz, non si fa fatica a immaginare i passi lenti e dolenti, rivolti verso le camere a gas, verso i muri della fucilazione, verso la tragedia in agguato.

Neve e basta in questa visita della memoria ad Auschwitz, a rendere eterno il ricordo per le mie figlie, che qui hanno imparato più in mezza giornata che su tanti film o libri di storia.

La domanda

Me lo sono chiesto per tutto il viaggio di ritorno a Cracovia: è mai possibile che nessun governo italiano, bianco, rosso, giallo o nero che sia, non abbia mai pensato a istituire un viaggio obbligatorio e gratuito ad Auschwitz per tutti gli studenti delle medie superiori? Non dico una gita di quelle con giochi e risate, magari anche quelle nella città vecchia di Cracovia sì, ma un viaggio vero e proprio su luoghi della memoria e del dolore che ogni cittadino specie giovane dovrebbe conoscere. Per capirli, per trasmetterli, per non dimenticarli mai.

Cenni storici

I campi di Auschwitz e Birkenau furono costruiti nel 1940, nei pressi della cittadina medievale di Oswiecim (di cui Auschwitz è il suo nome tedeschizzato) e rimasero i più grandi e i più tristi di tutta la storia legata alla follia nazista. Prima i dissidenti, i membri più in vista della resistenza polacca, gli uomini di cultura, poi le categorie discriminate di gay e Rom, infine e in misura catastrofica gli ebrei vennero condotti qui e qui sterminati in nome della purificazione della razza, del progetto della Grande Germania.

La soluzione finale” la chiamavano.

“La soluzione finale” la chiamavano.

Quel pazzo di Adolf Hitler, il boia maledetto del comandante Rudolf Hosse, Josef Mengel il medico dell’orrore e degli esperimenti volti a migliorare la razza ariana, l’unico a non aver pagato per le sue colpe spaventose, fuggito e disperso tra Argentina e Brasile. Chissà se era la soluzione finale anche per tutti i giovani soldati delle SS, se erano tutti fulminati o se qualcuno aveva una coscienza o più semplicemente paura, vergogna per quello che vedeva, per quello che stava facendo.

I sensi di colpa

Io ho insegnato per un anno letteratura italiana in un liceo tedesco vicino Heidelberg e mi è sempre rimasta in mente una frase di alcuni ragazzi là conosciuti: “Fino a che vivrà l’ultimo dei nostri vecchi, dei nostri nonni, che hanno vissuto in quegli anni, anche se contrari all’orrore nazista, anche se senza colpe difronte alle orrende deportazioni di tanti ebrei nei campi di sterminio, noi non ci sentiremo liberi, non ci sentiremo salvi, ci sentiremo per sempre, in qualche assurdo modo, dei complici”.

L’ultimo binario

La visita di Birkenau (chiamata anche Auschwitz 2), del binario morto, del vagone abbandonato

La visita di Birkenau (chiamata anche Auschwitz 2), del binario morto, del vagone abbandonato, del piazzale dell’appello, delle lunghe recinzioni di filo spinato sormontate da torrette di guardia e lugubri lampade mi ha fatto semplicemente male. In mezzo alla neve i resti di capanne e di bunker, di forni crematori (i tedeschi li fecero saltare quasi tutti in aria con l’arrivo dei russi per cancellare la loro vergogna…), dei laghetti ghiacciati nel bosco dove i criminali disperdevano le ceneri e delle baracche coi lettini per i bambini, sono delle visioni che ti restano dentro.

Le mie figlie non parlavano. Avevano gli occhioni aperti, lucidi, ma le avevamo preparate. Non c’era bisogno di leggere altro, di aggiungere altro.

Il luogo della responsabilità

Quando passi invece al campo di Auschwitz 1, distante appena un paio di chilometri, l’inizio della visita ti colpisce subito: in un percorso di grigie pareti di cemento che collegano la biglietteria al cancello della scritta “Arbeit macht frei”, dei discreti altoparlanti nascosti declamano in continuazione il milione e passa di nomi dei morti qui dentro. Una cantilena infinita, un monito a quello che stai per vedere, un invito a essere attento, a essere testimone, a essere responsabile.

E cosa stai per vedere ancora in mezzo alla neve, a questa nevicata che copre tutto, i vivi e i morti, coi fiocchi che cadono e le note musicali che risuonano come nel racconto “The dead” di James Joyce?

E cosa stai per vedere ancora in mezzo alla neve, a questa nevicata che copre tutto, i vivi e i morti, coi fiocchi che cadono e le note musicali che risuonano come nel racconto “The dead” di James Joyce?

Un villaggio quasi grazioso, pulito, ordinato, con tante case di mattoni, tutte in fila, tutte uguali, circondate da giardini, alberi, vialetti, panchine. Ma se ti fermi a una qualunque delle entrate delle casette e leggi la scritta “Block 4”, Block 11”, capisci in un attimo che erano in realtà dei luoghi di prigionia, dei blocchi destinati a ricoprire la Germania di una vergogna incancellabile.

E poi vedi il triste piazzale delle adunate, quello dove spesso si decidevano i destini in un attimo: la via dei forni crematori per i più deboli e malati, la via dei lavori e della prigionia e poi degli esperimenti e spesso comunque della morte per i prigionieri più sani. Messi in fila, consegnate loro le tute a righe bianche e nere, il numero tatuato sul braccio, una scodella per mangiare, mezza saponetta e uno straccio per lavarsi e asciugarsi.

Vedi in alcuni lunghi corridoi riparati da vetri delle immagini che sono un pugno allo stomaco: le centinaia di foto in bianco e nero impaurite o orgogliose dei deportati, le espressioni di chi capisce che la morte è vicina e quelle di chi come Marta Kocieniewska (non lo so perché ho scelto di immortalare lei tra tante, ma mi ha così colpito il suo viso fiero…) sembra dire “ammazzatemi pure, non mi farete niente”; le mappe coi tragitti dei treni; gli ammassi di protesi strappate dai corpi dei condannati, protesi di braccia, di gambe, di piedi, corpetti, dentiere; i lugubri mille barattoli di latta che contenevano i micidiali gas per uccidere; le montagne di valigie marroni, umili, umilissime, con le quali gli ebrei arrivavano al campo…; i racconti e le ultime foto di tante minoranze distrutte per sempre, ungheresi, rumene, polacche, rom; le camerate, i cessi, i giacigli con quattro coperte spelacchiate o peggio ancora di paglia perché alcuni prigionieri dormivano per terra come le bestie…

Vedi in alcuni lunghi corridoi riparati da vetri delle immagini che sono un pugno allo stomaco: le centinaia di foto in bianco e nero impaurite o orgogliose dei deportati

Tra capelli e scarpe

Ma soprattutto due scene che ti restano dentro per sempre, ovvero la montagna di capelli, 50 metri di lunghezza per 4 di altezza, solo capelli, capelli mischiati e ormai invecchiati, capelli rasati ai prigionieri, capelli di chi finiva nelle camere a gas. E montagne di scarpe, di tutte le taglie, di tutti i tipi, scarponi da guerra, scarpe col tacco e in primo piano qualche responsabile sensibile o geniale di questi allestimenti ha voluto mettere alcune piccole scarpette rosse da bambina, forse in omaggio alla bambina col cappottino rosso di “The Schindler’s List” di Spielberg.

 E montagne di scarpe, di tutte le taglie, di tutti i tipi, scarponi da guerra, scarpe col tacco e in primo piano qualche responsabile sensibile o geniale di questi allestimenti ha voluto mettere alcune piccole scarpette rosse da bambina

Negare tutto

La visita di Auschwitz finisce nel cortile del Blocco 11 e finisce nel nome dell’ipocrisia più grande: negare fino all’ultimo quello che succedeva, occultare alla vista degli stessi prigionieri gli efferati omicidi che venivano prodotti come in una catena industriale senza soste. In fondo al cortile, ricoperto anch’esso da un manto nevoso che lo rende definitivamente malinconico, ecco il muro della fucilazione.

Di fianco le finestre della casetta sbarrate da pesanti assi di legno: perché i prigionieri non dovevano sentire né vedere urla e spari. Come si può commentare una storia così? E una domanda ancora più pesante che mi perseguita sul pullman che di notte fa ritorno a Cracovia: come è possibile che al mondo esista ancora chi nega una tragedia del genere? A che razza umana appartiene questa gente? La risposta se la mangia, pure lei, l’immensa nevicata che scende.

L’ultima cosa che ho paura di guardare lasciando il campo di Auschwitz nella neve è la ciminiera…

L’ultima cosa che ho paura di guardare lasciando il campo di Auschwitz nella neve è la ciminiera…

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