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Cultura da Viaggio

La mia Africa

La casa sulle colline Ngong

La casa della romantica scrittrice danese è rimasta intatta a sud ovest di Nairobi, difronte alle “onde immobili” di quelle colline Ngong che lei amava tantissimo. E lì sono rimasti dei mobili in stile etnico, la veranda sul verde, le poltrone di paglia in giardino, i barattoli del thè, i corredi da letto e da tavola bianchi e ben stirati, il casco da esploratrice che utilizzava nei safari, l’ombrellino che la riparava dal sole cocente, mucchietti di foto ingiallite e quella nota di diario, neanche tanto nascosta, dove compare la frase rivelatrice della Blixen: “lui veniva quando voleva”.

La mia Africa

Lui

“Lui” era un affascinante avventuriero inglese, un facoltoso farmer e oltre a essere un proprietario terriero aveva la passione per l’avventura, per la caccia e l’aviazione. Si chiamava Denys Finch Hutton e dopo la fine del suo tiepido matrimonio (anche qualche annetto prima…) per Karen Blixen insieme all’Africa fu il grande incendio della vita, lo sguardo sul mondo libero e degli spazi sconfinati, il richiamo indubitabile dei sensi.

Una storia d’amore e di Africa

Immaginiamoceli quei due.

Una storia d’amore e di Africa

Lo scenario della loro storia, i brividi della loro vita, la natura che li circondava, grandiosa come un’opera sinfonica e come il più bello dei documentari di viaggio.
Un aiuto decisivo in questo senso, a parte i diari autobiografici della Blixen, ce lo dà la colonna sonora struggente di John Barry, basata sul piano, l’oboe e il clarinetto di Mozart e su un pezzo come “Flying over Africa” che la rende un disco capolavoro. Questa musica dolce accompagna a ogni passo le indimenticabili interpretazioni di Meryl Streep e Robert Redford, protagonisti di “La mia Africa”, un film passato alla storia per i suoi toni languidi e le immagini davvero spettacolari con cui nel 1985 sbancò Hollywood conquistando una valanga di Oscar tra cui quelli di miglior film, regia, fotografia, scenografia, colonna sonora e sceneggiatura non originale.

Per tutti noi Karen e Denys sono loro due, le loro facce perfette, le pose da grandi attori, gli sguardi innamorati, gli abiti eleganti e chiari da coloni, le loro conversazioni e i thè in giardino, i capelli biondi che si sfiorano e si scompigliano nel caldo vento africano, gli stessi capelli lavati da lui a lei in una delle scene più romantiche del film (https://youtu.be/d8sDpSZeDBE), quella loro voglia di volare sopra gli infiniti panorami del Kenya così come sopra le convenzioni.

e indimenticabili interpretazioni di Meryl Streep e Robert Redford, protagonisti di “La mia Africa”

Dalla Danimarca al Kenya

Prima dell’Africa la vita di Karen era trascorsa in Danimarca e lì sarebbe tornata, una volta precipitato il suo amore col piccolo aereo e poco dopo anche le sue fortune, con la messa all’asta della casa. Ma quella agiata signorina che era cresciuta alla fine dell‘800 in una ricca famiglia borghese in un sobborgo a nord di Copenaghen e che aveva avuto una giovinezza piena di cultura e di mondanità, che leggeva e osservava la morale nordica di Kjerkegaard come le sognanti favole di Andersen, che aveva sposato un nobile svedese solo per questioni di interesse e per esaudire il suo desiderio di vivere in una fattoria e in una piantagione di caffè in Kenya, avrebbe rivisto anni dopo l’Europa nelle vesti di una persona nuova, completamente diversa e cambiata. Diventò colma della luce africana e di una sensibilità spiccata che l’aiutava a comunicare in modo empatico coi poveri abitanti dei villaggi e a cogliere un senso della vita più semplice ma insieme più alto.

una sensibilità spiccata che l’aiutava a comunicare in modo empatico coi poveri abitanti dei villaggi

Il diario di una vita

E tutti questi anni intensamente vissuti tra il 1914 e il 1931 lei voleva assolutamente raccontarli, renderli eterni, come il ricordo dello sfortunato pilota.
Dalla letteratura e dalle lettere della Blixen esce fuori e senza filtri tutta la sua attrazione fatale per l’Africa, per i suoi paesaggi, le sue genti, i suoi animali. Per la Blixen tutto quello che albergava qui significava libertà, natura e incanto. “Ero l’erba e l’aria, e le montagne lontane, ero i buoi stanchi. Respiravo con gli alberi e il vento della notte… Ho immerso il mio sguardo in quello dei leoni… Sono stata amica dei somali, dei masai, dei kikuyu”. E ancora: “Ora io sono una canzone dell’Africa, una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccoglievano il caffè…” (“La mia Africa”, diario di viaggio del 1937).

Un’immersione totale e spirituale nell’Africa, davvero.

Ho immerso il mio sguardo in quello dei leoni

Jerie

Lei non fu mai schiavista o snob come molti altri europei al tempo della colonia britannica, anzi adorava i suoi “servitori” kykuyu. Non era in Kenya per sventolarsi con un ventaglio, non era in Kenya per depredarne le ricchezze, per sfruttarne gli indigeni, per rubarne l’avorio o per costruirne le ferrovie, era lì in una sorta di cammino consapevole, persa nel verde della sua piantagione, grata per quel luogo e a quella gente. Che le aveva insegnato lo swahili, che l’aveva curata dalla malaria e dalla sifilide trasmessa dal marito donnaiolo, che le aveva svelato un intero mondo ancestrale di miti e leggende, quelle notti accanto al fuoco, in attesa di un safari, di una colazione in veranda o del ruggito notturno di un leone. La scrittrice ricambiò il suo sincero affetto per quel mondo fondando scuole e curando i bambini, addomesticando un’antilope, diventando amica personale di un re indigeno veggente e meritandosi per sempre quel delicato soprannome di “Jerie”, “quella che presta attenzione”.

Masai

Poche volte nella storia del continente nero a una bianca, a “una di fuori”, un popolo africano ha saputo riconoscere un tale onore e dare un soprannome più delicato di questo. Se lo meritava la Blixen, anche per la sua profonda consapevolezza di aver ricevuto dal Kenya l’amore della vita, alterne fortune e drammi personali: “L’Africa, fra tutti i continenti, insegna questo: che Dio e il Diavolo sono uno…”.

Il volo di Meryl Streep e Robert Redford

Il volo di Meryl Streep e Robert Redford

Nel film di Sidney Pollack, che ha un tocco molto lirico e contemplativo, la solita strepitosa Meryl Streep e la bellissima voce italiana che l’ha doppiata hanno reso nel modo migliore possibile la ricerca dell’indipendenza femminile e quel desiderio inguaribile di restare o di tornare dove si appartiene, in un mondo solo in apparenza selvaggio. In quelle distese erbose e nelle savane, negli ultimi paradisi del Masai Mara, del Serengeti e di Amboseli, dove vivono elefanti e bufali, leoni e leopardi, ippopotami e giraffe. Sul lago Nakuru invaso da migliaia di fenicotteri rosa (altra scena di culto del film), quei fantastici animali che insieme alle galoppate delle zebre e alle migrazioni degli gnu, si potevano vedere in modo privilegiato dall’alto, con le acrobazie aviatorie del biplano guidato da un Robert Redford molto affascinante nei panni dell’avventuriero. Anche se in quei voli – e gli indigeni non lo capiranno mai, ponendo mille domande sul tema – i due amanti non riusciranno mai ad avvicinarsi a Dio (“Ce la farà il tuo aeroplano a salire tanto in alto da vedere Dio?” – “Davvero non lo so” rispose Denys – “Allora non capisco perché continuiate a volare”).

Dignità Masai

Il Kenya amato dalla Blixen era anche quello dei fieri Masai con le loro tuniche rosse, le perline colorate a ornargli il collo, le pitture corporali e rituali, i bambini portati come fagotti e la vita umile spesa sulla terra rossa e cruda, con la serenità dei pastori nomadi che calcolano il tempo solo grazie alle piogge o ai periodi di siccità.
La scrittrice riconosceva a questo orgoglioso popolo della savana anche uno spessore morale e psicologico particolare, per lei non erano primitivi da temere o da studiare piuttosto uomini e donne da ammirare: …essi occupano un posto a parte fra le tribù indigene. Ricordano, sanno cosa vuole dire ringraziare e serbare rancore…”.

…essi occupano un posto a parte fra le tribù indigene.

Il Kenya di Hemingway

E lo stesso Kenya degli spazi sconfinati, delle origini di tutto, dei popoli dignitosi, delle battute di caccia era in fondo quello amato pure da Hemingway che ne “Le verdi colline d’Africa” trovò le stesse ispirazioni della Blixen, rimpiangendo per lei il mancato premio nobel, e che nelle acque dell’oceano indiano si appassionò alla pesca al marlin raccontata poi nello scenario cubano de “Il vecchio e il mare”.

Il Kenya di Hemingway

Dal vulcano al mare

Era il mondo primordiale della Rift Valley e del Lago Turkana dall’aspetto lunare, ravvivato solo dal suono di lontani tamburi.
Era anche la vetta bianca a 5895 metri del Kilimangiaro, il trono di lava e di neve per i Masai, posto ai confini del cielo. Era infine quello degli altopiani infiniti e delle acacie spinose ma anche quello sul mare, giù a sud, nella splendida spiaggia bianca di Diani dove la scrittrice passeggiava sotto i baobab col suo aviatore, ammirando le porte di legno intarsiate dei villaggi, smarrendosi nell’odore delle spezie orientali, respirando l’aria col sapore del sale, guardando l’orizzonte blu solcato dai piccoli dhow, le barchette a vela locali. Tutti ambienti e spazi che come ci ricorda il famoso antropologo Alberto Salza “sotto il cielo dell’Equatore assumono una dimensione onirica”.

Dal vulcano al mare

L’insegnamento dell’Africa

E proprio di sogni aveva bisogno Karen Blixen, di un ritmo di vita diverso, riflessivo e non competitivo e anche di un modello etico. Il suo mal d’Africa consisteva soprattutto in questa certezza, in questa eredità: “Si è perduta l’arte di ascoltare in Europa, la facoltà di creare miti e dogmi… Gli uomini civilizzati non sanno più cos’è la vera calma e devono prendere lezioni di silenzio dal mondo selvaggio”.
La sua Africa, il suo Kenya. Fatto di grandi spazi, grande rispetto e grande silenzio. Con tanti problemi, disgrazie, malattie ma sempre pronto a incantarti e a chiamarti a sé.

sempre pronto a incantarti e a chiamarti a sé.

Rivivere il film

Un viaggio spirituale e naturale nel Kenya di Karen Blixen si può rivivere anche oggi se si vuole, con un lungo safari, con la visita del museo della scrittrice a Nairobi e con un paio di favolose novità moderne: un soggiorno al “Segera Lodge” per vedere dal vivo il biplano Gypsy Moth guidato da Redford o l’esperienza al “South Camp Lodge” di Angama Mara, per ritrovarsi a fare un pic-nic al tramonto davanti alle colline Ngong, parti della stessa immagine iconica riportata sulla cover del disco, del libro e del film. Oppure visitando la tomba nell’erba del pilota Finch Hutton che come viene a sapere la Blixen tramite una lettera nel poetico finale del film è diventata un luogo di ritrovo per una coppia di leoni, davanti alle verdi terrazze dell’Africa.

davanti alle verdi terrazze dell’Africa

In questo lungo trailer del film con la splendida musica di Mozart c’è tutto il saluto dell’Africa di Karen Blixen, l’Africa che conosce il suo canto:

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