Laggiù in America

La Patagonia è un luogo che sfugge a una sola e semplice definizione, va oltre le cartine geografiche, è una frontiera mista, estesa, variabile, non è descrivibile coi suoi pur bellissimi racconti di viaggio o con le indimenticabili fotografie, reportages e documentari che rapiscono spesso la nostra attenzione. Grazie a certa ispirata letteratura la Patagonia è diventata più che altro una categoria mentale e una categoria del mito, un’estremità del mondo dove la vastità della natura si mescola al mistero delle storie umane e le rende sostanzialmente pure, evocative e mitiche.
Qui il vento domina incontrastato, portando con sé il respiro dell’infinito e il richiamo di antiche leggende. Qui si aprono luoghi vergini, orizzonti di migliaia di chilometri di niente, di gelidi prati e steppe, di imperiose vette che fanno da carismatiche sentinelle al paesaggio, di splendidi fiordi e di bianchi ed eterni ghiacciai, di grandi e piccoli arcipelaghi, e proprio queste immense solitudini sono probabilmente il suo segreto, la sua essenza. Qui, infine e non da ultimo, vivono uomini e donne fortissimi, che non li piega niente. Visionari, fieri amanti della libertà, cercatori eterni di qualcosa.

La testimonianza filosofica di Chatwin
Nel suo celebre diario di viaggio (o manuale antropologico?) “In Patagonia”, uno di quei rari libri ancora capaci di produrre un innamoramento istantaneo per il pezzo di mondo lì descritto, Bruce Chatwin parla di questa terra come “un luogo di fuga, una geografia dell’anima, un’esistenza ai margini del tempo”. Per il viandante inglese è una regione che, con il suo cielo sconfinato e le sue montagne scolpite dal ghiaccio, sembra appartenere a un altro mondo, dove l’uomo si misura con la propria finitezza. Una specie di luogo-madre, di luogo mitico, una terra remota sospesa perennemente tra il sogno e la realtà, tra la favola e l’avventura. Per Chatwin la stagione della vita vissuta nel lembo finale del territorio americano condiviso tra l’Argentina e il Cile (vi rimase sei mesi) anticipa di una decina d’anni la scoperta di un altro paesaggio meraviglioso ed estraniante, quello da lui descritto nell’Australia aborigena con l’altro suo capolavoro, “Le vie dei canti”.
“Avevo sempre voluto andare in Patagonia,” scrive Chatwin, e chi legge queste parole sente il richiamo magnetico di una terra selvaggia, un enigma che si svela solo a chi ha il coraggio di perdersi. Nelle sue pagine, Chatwin racconta di un paesaggio che sembra eterno: montagne coperte di neve, steppe aride punteggiate da arbusti spinosi, e cieli così vasti che sembrano divorare ogni cosa. “La sua immensità dà un senso di libertà e di perdita allo stesso tempo”: Chatwin con un pensiero del genere cattura benissimo la dualità della regione, che vede come un territorio vasto e selvaggio, ma anche come un promemoria della nostra piccolezza di fronte alla natura.

La metafora di resistenza preferita di Sepùlveda
Per Luis Sepúlveda, che nella Patagonia trovò una casa per i suoi sogni e le sue narrazioni, questa terra è un microcosmo di storie che resistono all’oblio. Lo vediamo nel dettaglio in opere come “Patagonia Express” (mentre nel famoso “La frontiera scomparsa” il discorso si allarga più che altro alla maiuscola America Latina, allo stesso continente percorso dal giovane Che Guevara) o nel suo “Diario di un killer sentimentale” dove il paesaggio australe diventa quasi un personaggio, un compagno taciturno e forte. Per lo scrittore cileno alla fine del mondo esiste un luogo magnifico dove il tempo sembra essersi fermato, sospeso tra l’infinita solitudine della steppa e l’immensità delle Ande e del mare.
Dai suoi romanzi e racconti emergono considerazioni vicine a quelle di Chatwin: “La Patagonia non è solo un luogo sulla mappa, è uno stato d’animo, un richiamo ancestrale per chi cerca l’essenza della libertà.” Dichiarazioni d’amore verso l’infinito del paesaggio, verso quel tipo particolare di solitudine e di silenzio: “La linea dell’orizzonte in Patagonia sembra infinita, come se la terra e il cielo stessero discutendo chi sia più vasto.” – “In Patagonia, il silenzio è il padrone, e ogni suono è un regalo prezioso che spezza la vastità del nulla.” – “Solo in Patagonia si può comprendere il senso della solitudine: una solitudine che non è assenza, ma pienezza di tutto ciò che ci circonda.”

Le immagini letterarie del vento
Nuvole e tempeste, correnti d’aria freddissime in vetta e forti burrasche in mare caratterizzano il clima della Patagonia. Il vento è un onnipresente protagonista nelle opere dei due scrittori e presta il fianco a speculazioni filosofiche: “In Patagonia tutto è vento e silenzio, e quel silenzio è tanto rumoroso da soffocarti l’anima.” – scrive Sepùlveda. Che in altri passaggi accosta l’immagine del vento agli infiniti spazi e alle infinite storie di questa magica landa: “Il vento patagonico non conosce confini, danza con la terra e i cieli, ricordandoci quanto siamo piccoli di fronte alla natura.” – “Le storie dei venti patagonici sembrano sussurrare le leggende degli uomini e degli animali che hanno osato attraversare questa terra dura e selvaggia.”
“Il vento della Patagonia soffia come un respiro antico,” scrive invece Chatwin, “un eco del tempo prima del tempo.” “C’è qualcosa nel vento della Patagonia che risveglia l’anima.” Non so davvero scegliere quale sia la definizione più intensa, più bella. Mi sembrano tutte una cosa però: primordiali.

Le persone finite qua
La Patagonia per come l’abbiamo vagheggiata e immaginata nelle pagine di Chatwin e Sepùlveda è anche il regno degli uomini erranti e degli avventurieri, delle persone che vengono da vite misteriose, difficili o fantastiche e che sono attese nel gelido e vuoto sud del mondo da un destino particolare. Chatwin racconta di pionieri e sognatori che giunsero in questo angolo remoto per sfuggire alla civiltà, attratti dalla promessa di libertà. Nella sua Patagonia si intrecciano storie di naufraghi, esiliati e fuggitivi. È una terra che accoglie chi scappa, come i gallesi che cercarono una nuova patria o i ribelli della Rivoluzione Russa. “Ogni uomo ha la sua Patagonia” – scriveva Chatwin – intendendo non solo un luogo geografico, ma uno stato mentale, una ricerca di ciò che è perduto o mai stato trovato. Una ricetta morale e un antidoto probabilmente alla decadenza e alla prepotenza del moderno Occidente.

Sepúlveda stesso ha amato descrivere spesso viaggiatori, avventurieri ed esuli che si trovano in Patagonia alla ricerca di qualcosa: un nuovo inizio, un senso di appartenenza o la libertà. Questi personaggi rappresentano il fascino della Patagonia come terra di confine, fisico ed esistenziale. Nel libro “Patagonia Express” che mescola racconti di viaggio e riflessioni personali Sepúlveda ci regala storie di incontri con persone che vivono ai margini del mondo, come gauchos, contadini e vecchi anarchici, ciascuno portatore di storie uniche e struggenti. E non mancano neppure i banditi o gli idealisti perché la Patagonia con la sua storia di ribellioni e utopie fallite è spesso popolata da personaggi che incarnano sogni di giustizia e libertà, destinati a scontrarsi con la durezza del paesaggio e della storia.
La coscienza naturalistica e la dimensione libertaria
Eppure, come Sepúlveda ci ricorda in “Il mondo alla fine del mondo”, questo paradiso fragile è anche teatro di conflitti e di ferite inflitte dall’uomo alla natura. I grandi ghiacciai, i fiordi scolpiti dal tempo e le infinite distese d’erba urlano un dolore silenzioso ma potente, una chiamata alla responsabilità. “Proteggere la Patagonia è proteggere la memoria del pianeta” ammonisce Sepúlveda, incitando noi lettori a non dimenticare mai la bellezza selvaggia e la fragilità di questa terra. Dove si va per perdersi, per poi ritrovarsi.
La Patagonia sia per Chatwin che per Sepùlveda è un luogo dello spirito, è l’orizzonte che non finisce mai, il vento che racconta storie di eternità e fughe, la promessa che oltre la solitudine ci sia un significato, un senso da scoprire nel cuore del nulla. Per questo motivo ha sempre attratto i viaggiatori, i cercatori, per questa ragione ha sempre ospitato e accolto nel ventre della sua natura i fuggiaschi, sia banditi che esuli, sia sognatori che esploratori.


Tra mito e quotidianità
E poi ci sono i miti. Per Chatwin il mostro del lago Argentino, le ossa di un gigante intrappolate nel ghiaccio e il manto di un milodonte scoperto in una grotta, il ricordo di un parente navigatore, il tesoro di un’avventura scientifica e di un’immaginazione senza limiti, oltre alle allucinazioni di alcuni folli, alle storie di alcuni nomadi, alle gesta spericolate di Butch Cassidy e Sundance Kid. “La Patagonia è il luogo dove i miti incontrano il paesaggio” scrive Chatwin, esprimendo un riflesso del fascino leggendario che questa terra esercita su chi la visita. Leggendo il libro “In Patagonia” si capisce che la dimensione preferita di Chatwin sia quella naturalistica e antropologica, mentre l’opera intera di Sepùlveda, anche se ne “Il Mondo alla fine del mondo” è capace di farci vivere la grandiosa natura di porticcioli, isole e promontori dai nomi mitici e la fantasia di baleniere-fantasma, è più dedicata alle genti patagoniche.

Per Sepùlveda più che i miti contano tutti quegli uomini e quelle vite normali, di pescatori, marinai, contadini, rivoluzionari, anarchici, con le loro storie, ideali e passioni. Che vivono lontano, alla fine del mondo, distanti anche tra di loro, perse nel freddo. Le stesse figure che con grande forza aveva già narrato in modo sincero e quasi rude Francisco Coloane in “Terra del Fuoco”.
E’ da questi incontri minimi, da queste vicende quotidiane (il bambino che muore di tristezza per la scomparsa del suo amico delfino, il liutaio che usa pezzi di binari per costruire i violini, il nazista in fuga, il vecchio che viaggia con la sua bara e quello che cerca un vascello fantasma, il viaggio a bordo del treno Patagonia Express, i gauchos che organizzano il loro campionato di bugie, ) che il grande romanziere cileno prende le sue conoscenze, allarga le sue visioni, la sua poetica: “Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.” E tutti questi incontri, questi momenti vanno vissuti con gratitudine e con calma: “La Patagonia non è un luogo per chi ha fretta.”
L’augurio è esattamente questo: arrivare un giorno sotto le ardite Torri del Paine, davanti all’abbacinante ghiacciaio in eterno movimento del Perito Moreno, ad ammirare i pinguini e i trichechi nel Canale di Beagle, gli isolotti della Bauia di Lapataia, il cristallino Lago Nahuel Huapi, la laguna Esmeralda bella come quella di un libro di favole, i paesaggi intorno a San Carlo de Bariloche e quel cartello che segnala la mitica Ushuaia come la città alla fine del mondo, con animo grato e con passo umano. Senza fretta.




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