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Isole

Perse negli Oceani

I puntini nel mare infinito

Mi sono sempre piaciuti gli Atlanti, sfogliarli, immaginarmi con essi mondi e popoli lontani, nascosti, irraggiungibili. Mi piacevano proprio il profumo e il colore e le mappe di quei libri.

Cercavo già dagli anni delle scuole elementari posti strani, nomi esotici, quasi per gioco, per tracciare confini, inventare storie, sentirmi a volte un navigatore, a volte un esploratore, e devo dire che l’immensa geografia del mare mi ha attratto sempre più di tutte le altre.

l’immensa geografia del mare mi ha attratto sempre più di tutte le altre

Col tempo mi sono reso conto che facendo semplicemente percorrere un dito sulla carta riuscivo a dare vita a posti e percorsi impensabili, a scovare le isole più distanti da me, a trovare notizie curiose su di loro. Fossero isole del tesoro, di pirati, di naufraghi o di cannibali poco mi importava, fossero isole di misteri, di pericoli, di prigioni, di esili o facce possibili del paradiso, categorie dell’esotico e della sensualità era però un’indagine che valeva la pena di compiere.

E allora ho cominciato a segnarmi dei puntini nei mari infiniti, i più grandi di tutti, l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico, a leggere qua e là notizie di quei pezzetti di terra sparsi nel grande blu.

Perché se è vero che viaggiare per il mondo è una delle emozioni più grandi che l’uomo possa vivere per me è anche vero che conoscere all’improvviso qualcosa su luoghi sperduti dove mai arriverai è altrettanto bello, è un modo in fondo di sfidare l’ignoto, le frontiere che mai attraverseremo, i mari che mai vedremo.

Possiamo chiamarli sogni dell’Atlante, utopie azzurre, isole nel nulla, continenti alla deriva, comunità disperse, avventure impossibili, luoghi da inizio del mondo, da peccato originale, da racconti di eroi casuali, coraggiosi o maldestri ma esistono anche loro ed è forse una fortuna che non le vedremo mai. Per continuare ad avere nel cuore il desiderio del viaggio.

Possiamo chiamarli sogni dell’Atlante, utopie azzurre, isole nel nulla, continenti alla deriva, comunità disperse, avventure impossibili

E per continuare a credere nel fascino infinito delle piccole, grandi storie.

D’altronde vengono proprio da questi puntini dell’Atlante gli echi che ricordano Robinson Crusoe o gli ammutinati del Bounty, le ore più solitarie di Napoleone o le scoperte magnifiche di Darwin. Ma cosa altro esiste di affascinante e di remoto che vale almeno un viaggio di carta?

A St. Kilda, nelle Ebridi esterne, a oltre 150 km dalla terraferma scozzese, il vento nasconde ogni altra cosa, anche il pianto delle madri per i neonati che quasi sempre muoiono presto. Alcuni dicono per il fumo della torba che brucia per riscaldare casupole troppe fredde, altri pensano che i legami di sangue tra parenti troppo stretti facciano nascere bambini troppo fragili, altri ancora danno la colpa all’alimentazione basica che rende nocivo il latte materno.

L’arcipelago di Capo Verde si conosce soprattutto per Isla de Sal, turisti che vanno a divertirsi e ad abbronzarsi tra spiagge, saline e vulcani, e per Boa Vista, già più selvaggia con le sue immense dune desertiche e le sue balene, ma laggiù esiste un’altra isoletta, quella di Brava, con taverne di cibo creolo dove non arriva nessun cliente da villaggio turistico, con le note tristi delle mournas locali che cantano di destini immutabili, di saudade e di storie di schiavi, con la sagoma severa e scura del vulcano che tutto domina.

In mezzo all’Atlantico finì i suoi giorni Napoleone, ma chi ci arriverà mai a Sant’Elena? In questo fazzoletto di terra distante solo 1850 km dall’Angola e quasi il doppio dalle coste del Brasile? In nessun posto più che in questo un comandante astuto e vanesio poteva essere punito meglio, perché qui sentiva davvero lontano il palcoscenico del mondo e della gloria. Tutto perduto, lontano, finito. Non gli restò che la compagnia di pochi fedelissimi e il tempo di dettare le sue memorie in un piccolo villaggio sulle colline dell’isole, Longwood. Morì qui di tumore allo stomaco il 5 maggio del 1821, cantato dal nostro Alessandro Manzoni.

in mezzo all’Atlantico finì i suoi giorni Napoleone, ma chi ci arriverà mai a Sant’Elena?

Ho avuto la fortuna di visitare la magnifica Norvegia, di percorrere tutta la sua costa frastagliata, da Oslo al mitico Capo Nord. Ho indugiato nei fiordi più belli, sono salito sulle vette e sui pescherecci e sui battelli postali che hanno toccato anche tante isolette di cui non ricordo il nome. Ho puntato per un prossimo viaggio le Lofoten, perché credo sinceramente che in una vita non si possano non vedere le Lofoten, mentre so benissimo che non capiterò mai nella remota isola di Bouvet, un possedimento norvegese a 2500 Km dal Capo di Buona Speranza e a 1700 km dall’Antartide… non proprio dietro l’angolo quindi! Così tanto a sud di Cape Town navigano ormai pochissime navi, neppure le baleniere osano tanto, dove arrivano solo giganteschi albatros e violente tempeste. Mi immagino in questo sperduto cono ghiacciato e di nevi perenni un paesaggio dove possa svilupparsi la parabola dell’antico marinaio di Coleridge, che uccidendo l’albatros si fa nemica la natura selvaggia, senza alcuna speranza di vincere la sua sfida.

L’ultima Thule la chiamavano i grandi esploratori, l’ultimo lembo di terra conosciuta, prima di un orizzonte solo azzurro e solo vuoto

L’ultima Thule la chiamavano i grandi esploratori, l’ultimo lembo di terra conosciuta, prima di un orizzonte solo azzurro e solo vuoto. Ma era a nord, all’estremo nord, ai confini del Circolo Polare Artico. La spedizione del Capitano Thomas Cook alla scoperta dell’Australia toccò invece un altro pezzo di terra remota, altrettanto ghiacciata, ma ai confini dei Mari del Sud. Oggi è un possedimento britannico, si chiama Thule meridionale o Isole Sandwich ma l’unica cosa che si possiede quaggiù immagino che possa essere il coraggio, il coraggio di scendere a terra in un luogo aspro, freddo, disabitato, coi soli cormorani che volteggiano sulle sue nere scogliere. I chilometri dall’Antartide stavolta sono 1400, un mondo di iceberg impossibile per tutti, anche per i nuovi Cook se ne esistono ancora.

Più o meno vicino nel Mar Antartico spunta l’isola di Deception con la sua strettissima entrata chiamata le fauci di Nettuno che svela un mondo ghiacciato, bollente e perduto: una grande caldera allagata all’intero di un vulcano ancora attivo. Qui nei secoli sono arrivati solo cacciatori di foche e soprattutto di balenottere azzurre, arpionate, cannoneggiate, scuoiate sulla sabbia nera per tirare fuori dai loro corpi massicci il prezioso olio. Le cronache marinare raccontano di una orribile puzza di sangue e budella di balene, lasciate a marcire tra colonie di uccelli marini, pinguini e fiori nati miracolosamente sulla lava in questo posto alla fine del mondo. Se ne vedono ancora gli enormi scheletri abbandonati tra le onde e le continue tempeste. Quando negli anni ’60, Cile, Argentina, Spagna e Regno Unito si sono contesi il territorio per instaurarvi insensate basi militari o coraggiosi avamposti scientifici, due eruzioni vulcaniche li hanno espulsi, lasciando l’isola alla sua natura selvaggia, coi laboratori e le attrezzature destinati a riempirsi malinconicamente di ruggine in questa specie di Pompei antartica.

l’isola di Deception con la sua strettissima entrata chiamata le fauci di Nettuno che svela un mondo ghiacciato, bollente e perduto

(immagine di Deception Island presa da wikipedia)

A rendere ancora più suggestivo e tenebroso l’arrivo a Deception Island la teoria che le sue acque gelide oltre a essere inquinate dalle strutture scientifiche abbandonate siano popolate dal Kraken, il mostruoso e gigantesco polpo degli abissi marini (https://youtu.be/NaVL_0fkZr0).

Un altro territorio isolato nel grande Atlantico ma stavolta abitato e addirittura vissuto in seno a una grande utopia è l’isola di Tristan da Cunha, che si incontra (?) se si naviga lo spazio immenso che divide il Capo di Buona Speranza (un mercantile da Cape Town ci mette una settimana a raggiungere l’isola che fa parte dello stesso arcipelago di Sant’Elena) da Rio de Janeiro.

Qui i trecento nativi eredi delle nove tribù si sentono tutti uguali, dividono tutto, i frutti della terra come gli appezzamenti da coltivare, come il bestiame o i pochi beni materiali.

La vita trascorre assolutamente semplice e secondo le leggi sull’uguaglianza sociale ed economica appunto emanate nel 1817 da Sir William Glas.

La “capitale” ha un nome altamente evocativo, si chiama Edinburgh of the Seven Seas, quasi a sottolineare la sua distanza da tutto. Una manciata di casette, gente che si conosce tutta.

Per chi vi sognasse un trasferimento il “governo” attualmente sta cercando agricoltori esperti in piantagioni di patate!

Un altro territorio isolato nel grande Atlantico ma stavolta abitato e addirittura vissuto in seno a una grande utopia è l’isola di Tristan da Cunha

E dall’Atlantico passiamo al Pacifico così definito dai marinai di Magellano perché appariva spesso piatto e calmo nella sua immensità.

Un’isoletta iconica del Pacifico è sicuramente quella di Iwo Jima in Giappone, teatro di una battaglia strategica e location di una delle foto di guerra più famose di tutte i tempi, quella dei sei soldati americani che si sostengono l’uno con l’altro e piantano una bandiera sulla cima dell’isola.

La loro fine in realtà sarà drammatica ma quel gesto ricorda la fraternità e il legame che unisce i soldati di ogni guerra americana combattuta nel mondo ed è stato ripresa da film, libri, documentari e francobolli.

Un’isoletta iconica del Pacifico è sicuramente quella di Iwo Jima in Giappone, teatro di una battaglia strategica e location di una delle foto di guerra più famose di tutte i tempi

(la famosa foto dei soldati americani a Iwo Jima presa da wikipedia)

Un’isola che mi ha sempre incuriosito porta il nome di un romanzo di letteratura avventurosa che conosciamo tutti, Robinson Crusoe, il paradigma del naufrago, l’avventuriero solitario per eccellenza.

Ma qual è il legame di questo lembo di terra al largo del Cile con l’eroe di Defoe? Qui venne abbandonato Alexander Selkirk, marinaio scozzese la cui avventura potrebbe aver proprio ispirato lo scrittore Daniel Defoe nella stesura del suo fortunato romanzo.

l’isola Robinson Crusoe, dell’arcipelago cileno Juan Fernàndez, in un’immagine di wikipedi

(l’isola Robinson Crusoe, dell’arcipelago cileno Juan Fernàndez, in un’immagine di wikipedia)

Più che un’isola un puntino microscopico nel mare delle Salomone e insieme un omaggio al coraggio: fu nel mare dell‘isola di Howland che nel luglio del 1937 si inabissò il piccolo velivolo di Amelia Earhart, la prima donna che riuscì a trasvolare l’Oceano Atlantico in solitaria. Ma il Pacifico divenne la sua tomba.

Un altro fazzoletto di terra per un’altra tragedia: nel gennaio del 1840 l’equipaggio del Peacock scende nella remota terra di Macquarie, un migliaio di chilometri a sud della Nuova Zelanda, direzione Antartide. Sulle coste dell’isola marciscono relitti di altre navi, sulle creste montuose dell’isola migliaia di pinguini aspettano i marinai. L’allievo ufficiale Henry Eld è prima attratto e poi impaurito dallo schiamazzo dei pinguini, che piano piano lo circondano. Poco dopo non è più niente…

La Polinesia francese non è la il mare e la vacanza dei sogni? Non è le ghirlande di fiori di Tahiti, le bellezze sensuali conosciute dal pittore Gauguin? Non è la silhouette inconfondibile di Bora Bora con le sue vette e le sue lagune celesti, non è il paradiso di Rangiroa o Tikehau? Beh, ditelo agli abitanti di Fangataufa, fatti sloggiare proprio dai francesi nell’agosto del 1968 per il loro vergognoso test atomico: un fungo enorme si alza nelle acque del Paradiso e provoca un maremoto, non resta in piedì niente, né una capanna, né una palma. Vietato tornare qui, pescare qui, nuotare qui per almeno sei anni per gli alti valori radioattivi. E lo chiamano progresso.

immagine satellitare della Nasa di Fangataufa, presa da wikipedia

(immagine satellitare della Nasa di Fangataufa, presa da wikipedia)

Per fortuna pare che oggi in questo atollo corallino sventrato dall’uomo siano almeno tornati a nidificare gli uccelli.

La disabitata isola russa di Atlasov pare che debba il suo nome a un cosacco. Per i russi della costa settentrionale che vivono a queste latitudini e a queste fredde solitudini il suo imponente vulcano che risale a 50.000 anni fa è più bello del Monte Fuji. La leggenda racconta che un tempo lontanissimo questa montagna si trovasse al centro di un lago ed era così alta da togliere la luce alle altre vette vicine. Per il dolore e l’invidia delle sorelle la montagna in questione intraprese un lungo viaggio, lasciando il Lago Kuril e piazzandosi solitaria e imponente in mezzo al mare di Ochotsk che negli anni ’50 fu addirittura popolato da una colonia penale femminile. Sempre teneri i russi quando si tratta di luoghi di confino e prigionia.

il cono perfetto del vulcano di Atlasov in un’immagine presa da wikipedia

(il cono perfetto del vulcano di Atlasov in un’immagine presa da wikipedia)

Altra storia di prigionieri disperati nel paradiso del Pacifico: è il caso dell’isola australiana di Norfolk, situata a 740 km dall’isola del nord della Nuova Zelanda.

Qui venivano sbattuti i più indesiderabili criminali della Corona Britannica e dopo anni di fatiche nelle miniere e di migliaia di frustate nessuno da qui faceva ritorno.

(il paradiso-inferno di Norfolk in un’immagine presa da wikipedia)

Ai nostri Antipodi ovviamente esistono delle isole che si chiamano Antipodi ma non abitate da uomini a testa in giù rispetto a noi, piuttosto da qualche otaria e qualche pinguino col ciuffo colorato. Per il resto onde e freddo, freddo e onde. Una cruenta lotta tra due eserciti di animaletti caratterizza invece tutte le giornate che dio manda in terra all’Isola di Natale, molto al largo della costa australiana di Perth: 120 milioni di granchi che vanno a deporre le loro uova in riva al mare vengono circondati, attaccati e avvelenati da colonie di formiche pazze gialle. Tre giorni il tempo di azione del loro letale veleno, sulla sabbia rimane un cimitero di carcasse rosse. Non avrei mai pensato a una guerra del genere in fondo al Pacifico.

Sperduta nella Micronesia c’è l’isoletta di Pingelap che ha un destino davvero particolare: i suoi 75 abitanti che in media nei tempi moderni la popolano sono tutti daltonici, non riescono a distinguere un dannato colore. Hanno il mare azzurro, le spiagge bianche, le palme verdi, i tramonti di fuoco ma vedono tutto in bianco e nero. Misteri dall’altra parte del mondo! Ma più che mistero pare che sia colpa della mutazione del cromosoma numero 8 di un sopravvissuto a un tremendo tifone abbattutosi su Pingelap alcuni secoli fa: arrivò a condizionare e a prevalere su tutti gli altri, regalando alle generazioni future un mondo soltanto in bianco e nero.

Sulla favolosa storia dell’Isola di Pasqua e dei suoi giganteschi Moai abbiamo già scritto un lungo articolo nel topic “Isole” di “Il Grillo viaggiante” quindi concludiamo questo viaggio sull’atlante delle isole più sperdute del mondo con un altro luogo toccato dalla storia: Pitcairn, l’isola degli ammutinati del Bounty. A metà strada tra l’Isola di Pasqua e Tahiti (2.000 km da ognuna delle due…) nel 1790 diventa il nascondiglio ideale per dei ribelli in fuga, per dei marinai che vogliono ricominciare altrove, con le donne, i frutti, le canoe e i riti locali. Pitcairn è infatti da sempre un buco lontano da tutte le rotte commerciali e qui finì i suoi giorni Christian Fletcher con la sua ciurma che mai rivide l’amata-odiata Inghilterra. Ma i fuggitivi in mezzo al Pacifico non trovarono pace e come inseguiti da fantasmi e vendette in quattro anni si ammazzarono tutti tra di loro. L’ultimo sopravvissuto del Bounty fu John Adams che prese a educare i nativi coi libri trovati nelle stive del relitto. Oggi a Pitcairn sono rimaste le loro tombe e alcuni oggetti del Bounty dato alle fiamme sono conservati nel piccolo museo locale di quella che ovviamente si chiama Adamstown. I pochi abitanti rimasti intrecciano cesti di paglia, vendono frutta tropicale e guardano le acque dove una volta navigava il Bounty.

Pitcairn in un‘immagine presa da wikipedia

(Pitcairn in un‘immagine presa da wikipedia)

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