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Cultura da Viaggio / Il grillo Racconta

Quel viaggio del Che

L’avventura di una vita

Quel viaggio del Che L’avventura di una vita

Tutto il suo magico, povero, bellissimo continente il giovane Ernesto Guevara lo aveva attraversato in quello che è rimasto uno dei più significativi viaggi di formazione mai vissuti e percorsi da un ragazzo latino-americano. Che all’inizio del suo diario ci confessa: “…certo, avevo delle inquietudini, dovute, più che altro, al mio spirito di sognatore”

Decidendo liberamente e istintivamente di mettere da parte la sua vita comoda e borghese, le sue partite di rugby, i suoi amori giovanili, i suoi studi in medicina a Cordoba, Argentina, salendo con mezzo bagaglio e tanta allegria e con la sua fastidiosa asma a bordo di una mitica motocicletta, la “Poderosa”, proseguendo poi la scoperta di tanti paesi a piedi o con mezzi di fortuna, mangiando e dormendo dove capitava, a fianco di un amico fedele, Alberto Granado, superando tante frontiere, vivendo tante avventure, conoscendo da vicino la vita degli umili, degli ultimi, degli oppressi, dei dimenticati, il futuro “Che” conobbe davvero a fondo la sua “Maiuscola America”.

Una terra capace di emozionare per i suoi favolosi paesaggi, per le sue distanze enormi e silenziose, per i suoi abitanti gentili e accoglienti, combattivi o rassegnati, l’unica che probabilmente poteva far vibrare il corpo e il cuore, l’unica che era in grado di formare una coscienza ribelle e progressista, di costruire nelle vene e nelle viscere quello che sarebbe diventato il più romantico eroe rivoluzionario del ‘900.

Quel ragazzo nel 1952 aveva soltanto 24 anni e già un’aria poetica, da viandante, da cercatore.

Quel ragazzo nel 1952 aveva soltanto 24 anni e già un’aria poetica, da viandante, da cercatore.

Cominciava allora il suo grande sogno, il suo viaggio improvvisato e deciso dagli incontri, di 14.000 chilometri, tra la pampa e i gelidi fiordi, le giungle fitte e le vette andine, fino all’immenso e vuoto deserto di Atacama in Cile, alla verde e bollente Amazzonia, alle più sensuali Colombia e Venezuela.

Ernesto Guevara si fermava ad aiutare i deboli, a soccorrere chi aveva bisogno, ad appoggiare le cause dei minatori cileni di Chuquicamata, a curare i malati del drammatico lebbrosario peruviano di San Pablo, una delle tappe più drammatiche e formative del suo girovagare.

Restava a occhi aperti davanti alle rovine inca di Machu Picchu, vedendovi una metafora della grande bellezza delle civiltà indigene, assediate ormai dal mondo moderno degli interessi, delle città anonime, del degrado umano, della politica corrotta o totalitaria.

Alla fine del viaggio, che è anche la fine di un bellissimo film e di un libro-diario altrettanto evocativo (“I diari della motocicletta” edito da Feltrinelli, lo stesso titolo per la pellicola di Walter Salles con protagonista un ispirato Gael Garcìa Bernal) il Guevara che aveva lasciato Buenos Aires con l’ingenuità e l’ardore tipica del ragazzo arriva a Caracas che è ormai diventato un uomo maturo, segnato, consapevole dello sfruttamento dei popoli latini e dei danni del colonialismo statunitense.

Il primo mattone della sua identità futura è messo qui. E anche quello del suo mito: per sempre ribelle, per sempre giovane.

Il primo mattone della sua identità futura è messo qui. E anche quello del suo mito: per sempre ribelle, per sempre giovane.

Guidato dai suoi impulsi egualitari si rivela già pronto a combattere ogni forma di ingiustizia e di ottusa o spregevole autorità, politica, economica, militare, straniera.

Invoca col suo sguardo limpido e fiero una specie di identità maggiore, senza confini, senza classi, senza razze, che abbracci tutto lo splendore e tutta la miseria e tutti i bisogni dell’America Latina.

La quale nella sua visione deve assolutamente “scrollarsi l’amico yankee dalle spalle” per realizzare un cammino e un destino degno e autonomo.

Mi ha emozionato tanto il viaggio del giovane “Che”, quella predisposizione alla scoperta di sé e dell’altro (“Sembravamo respirare più liberamente un’aria leggera che veniva da lì, dall’avventura”), ma soprattutto mi ha colpito la sua scelta di responsabilità, il suo discorso finale senza illusioni e senza compromessi:

“Crediamo, e dopo questo viaggio più fermamente di prima, che la divisione dell’America in nazionalità incerte e illusorie sia completamente fittizia. Costituiamo una sola razza meticcia che dal Messico fino allo stretto di Magellano presenta notevoli similitudini etniche. Per questo, cercando di spogliarmi da qualsiasi vacuo provincialismo, brindo al Perù e all’America Unita…”

Per questo, cercando di spogliarmi da qualsiasi vacuo provincialismo, brindo al Perù e all’America Unita

Lui provò con tutto il suo amore a fare qualcosa di concreto per il suo continente, tanti giovani almeno per tutta la seconda metà del secolo hanno creduto in quel lungo vagabondaggio alimentato da sogni e battaglie, utopie e speranze. C’è chi si è impegnato, chi è partito, chi ha cambiato vita spinto dall’amore per il Sudamerica, una parte di mondo unica per i suoi popoli, le sue storie, i suoi miti, i suoi cibi, le sue musiche, i suoi colori, le sue culture, le sue lotte.

Il “Che” giovane e idealista, il ragazzo capace di sentire e di aiutare, partito senza i miraggi o i bisogni reconditi della fuga, del sesso, dell’alcol, delle droghe, partito e basta per diventare una persona migliore, da sempre mi è piaciuto di più del guerriero indomabile che ha risvegliato Cuba con Fidel Castro e che si è poi lanciato in altre missioni impossibili, da quella in Congo fino alla malinconica morte che lo ha raggiunto in una sperduta e gelida caserma boliviana.

Lui che era libero e felice a bordo della Poderosa, con la faccia al vento, lontano ancora dalla lotta armata, lontano dalle tenebre e dal sangue che la sua idea di rivoluzione fatalmente includeva, ricco solo di sentimenti intensi e universali.

Hasta siempre giovane viaggiatore idealista, hasta siempre, America Latina.

Hasta siempre giovane viaggiatore idealista, hasta siempre, America Latina.

(Foto tratta da “Latinoamericana” – Due diari per un viaggio in motocicletta – Guevara/Granado – Feltrinelli, Milano)

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