La fine del sogno americano

In fondo la metafora per descrivere l’immensa carriera di Bruce Springsteen non è difficile da scovare, basta parlare del contrario del cosiddetto sogno americano. Lui stesso in una intervista dichiarò di aver sempre cercato di misurare la distanza tra il sogno americano e la realtà americana, quella delle difficoltà economiche della working class, delle disillusioni giovanili, delle cittadine industriali della East Coast in inesorabile declino, delle ferite lasciate dalla guerra del Vietnam, delle fughe notturne on the road su auto rombanti alla ricerca di quell’insopprimibile bisogno di libertà, felicità e novità.
Tutta l’opera cantautoriale del Boss è partita dai semplici sobborghi del New Jersey, cielo grigio, raffinerie in rovina, file di casette tutte uguali, persone normali, non ricche, non vincenti, qualche squarcio di luce sulle coste ad amare una ragazza sui moli di legno, a inventare con lei o con un amico un futuro da vivere, sulle strade illuminate dai neon, verso le praterie immense del centro del paese, percorrendo chilometri su chilometri tra polvere, rabbia e sogni. Ma dalla provincia di Freehold, Newark o Asbury Park lo sguardo di Bruce poi si è spesso spostato su tutta la nazione, sulle profonde tensioni politiche e sociali che hanno attraversato negli ultimi decenni l’America, sulle promesse tradite o deluse di cambiamento, di prosperità, sui diritti umani messi in discussione.

La voce del Boss è sembrata raccontare in molte canzoni la speranza finita di chi è rimasto a vivere ai margini del sogno, del sogno americano.
Le parole da lui più scelte sono assolutamente identificabili: street, road, highway, car, home, town, night, dust, girl, boy, man, son… messe proprio lì, nelle ballate struggenti e nei formidabili pezzi rock, a dare vita al suo universo fatto di strade, macchine, notti, amori, fughe e periferie. Stessa funzione l’hanno avuta i suoi verbi più ricorrenti quali run, work, drive, love, feel, miss, raise, utilizzati per descrivere le sensazioni, le mancanze, i vagabondaggi, la fatica, la voglia di riscatto.
Bruce Springsteen amava ripetere che se Elvis Presley aveva liberato i corpi degli americani e Bob Dylan le loro menti a lui toccava invece la missione di dargli qualcosa con cui affrontare il mondo: un grido di denuncia (tutta la sua passione gli è stata forse trasmessa anche dal sangue irlandese del padre e da quello italiano della madre, figlia di emigrati di Vico Equense…?), la capacità di staccarsi da sobborghi o orizzonti troppo stretti e sulle infinite strade cercare un domani migliore.
Le strade degli esordi

Negli Album “Greetings from Asbury Park, N.J” e in “The Wild, the Innocent & The E Street Shuffle” (entrambi del 1973) il giovane Bruce, nato da una famiglia operaia nel 1949 in una cittadina balneare del New Jersey, getta le basi della sua grande epopea rock.
Le strade americane cantate in quegli anni vanno dai sobborghi industriali al mare, da Freehold a Asbury Park, distanti una sessantina di miglia dalla Grande Mela, e sono strade appunto di provincia, ricordo di casa e scuola di vita, rettilinei fatti per indagare le notti, per andare incontro a una ragazza o più semplicemente per trovare sè stessi. Emergono i primi ritratti di dimenticati, di emarginati, di gente che non ce l’ha fatta, che ha perso o che non trova il lavoro (lo stesso papà del Boss rimase precario una vita, svolgendo tante umili professioni), che trova più facilmente una bottiglia, una fuga in auto, un amore con cui colorare un mondo piuttosto grigio.
Il ragazzo cresce abbastanza povero e isolato dai coetanei, adora piuttosto Elvis e a soli 7 anni si fa regalare la prima chitarra giocattolo. Mentre la prima chitarra elettrica, comprata a rate dalla mamma, arriva per i suoi 16 anni, quando sta già dimostrando insofferenza verso le scuole cattoliche fino ad allora frequentate. Il rifugio di Bruce diventano allora le radio, le band giovanili, la musica e il rock, si imbeve fino al midollo dell’ascolto dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who. Resta anche segnato dalla morte in Vietnam di un amico batterista, e tale evento lo farà sempre sentire vicino ai reduci della sporca guerra, come griderà molto anni dopo in una celebre strofa di “Born in the Usa”. I primi concerti del futuro Boss avvengono nei club sul litorale di Asbury Park e anche in qualche locale del Greenwinch Village a New York, le prime incisioni significative sono invece “Blinded by the Light” e “Spirit in the Night” dove comincia a farsi conoscere al mondo il potente sax di Clarence Clemons, destinato a rimanergli accanto una vita intera. “Rosalita” è probabilmente la prima cavalcata rock di un certo successo mentre “Incident on 57th Street” ha un andamento cinematografico e tutta la canzone parla di una possibile rivincita e riscatto di una coppia latina che vive ai bordi del grande sogno newyorchese.

Il successo arriva con “Born to Run”
E’ il 1975 e il critico musicale Jon Landau ascoltando il primo capolavoro di Springsteen parla apertamente e entusiasticamente del “futuro del rock an roll”.
Sono anni abbastanza complicati per l’America, uscita scossa dalla Guerra del Vietnam, minata nella fiducia nelle istituzioni a causa del Watergate, con il lavoro e il denaro non proprio accessibili a tutti. La gente comune ha sempre sentito parlare di un Grande Paese ma ora non sa più quanto sia realmente grande e quanto sia realmente il suo paese, perché tanti conti non tornano.
Il sogno americano Bruce allora lo va a cercare per strada e la title track di “Born to run” diventa l’inno generazionale più adatto a rappresentare questo disagio, questo bisogno di fuga che diventa un vero “topos”, un ricorrente schema narrativo, personale e musicale.
Ribellione, amore e velocità, la ricerca di sé stessi, sono le uniche cose che permettono una fuga dalla povertà e dal conformismo, dalle periferie squallide e dai giorni tutti uguali, “dalla provincia che ti strappa le ossa dalla schiena”.

La canzone è meravigliosa e trascinante, percorsa da una rabbia romantica e lancia un preciso messaggio, ovvero che la libertà e la felicità si trovano nella corsa verso un luogo indistinto, forse la mitica Route 66 e che il viaggio di scoperta vale più della meta finale. L’unica libertà per Bruce Springsteen è quella promessa dalle lunghe strade.
Stesso tema, più o meno, nella altrettanto famosa “Thunder Road”, che vede la fuga di due innamorati da una città di perdenti, auto e chitarra, partendo al tramonto, verso una nuova mattina che forse è il presagio a un nuovo inizio. Qui la strada è la Highway 9 e la vita è ancora una volta quella promessa dietro l’angolo o in fondo al rettilineo. Si salva solo chi scappa. Come in “Backstreets” altro pezzo imponente, che cerca la stessa fuga in fondo alle periferie, in fondo a una notte lunga e buia come nessun’altra. Gigantesco anche il finale di “Born to run” col sax di Clemmons a scuotere “Jungleland”.

Ma nulla meglio dei testi tradotti può spiegare le strade del Boss in questa fase malinconica, scapigliata e ribelle della sua vita:
“Di giorno sudiamo per le strade di un sogno americano, in fuga di notte cavalchiamo attraverso le dimore della gloria in macchine suicide sulla Highway 9… Oh tesoro, questa città ti strappa le ossa dalla schiena, è una trappola mortale, è un colpo suicida. Dobbiamo uscirne finché siamo giovani, perché vagabondi come noi, piccola, siamo nati per correre… Oh, camminerai con me fuori sul filo? … Voglio morire con te, Wendy, per strada stasera in un bacio eterno… oh, un giorno ragazza, non so quando arriveremo in quel posto dove vogliamo davvero andare e cammineremo al sole, ma fino ad allora, vagabondi come noi tesoro, siamo nati per correre” (da “Born to Run”).
“La zanzariera sbatte, il vestito di Mary svolazza, come una visione lei danza sotto la veranda, mentre la radio suona… Puoi nasconderti sotto le coperte a rimuginare i tuoi dolori, mettere una croce sui tuoi vecchi amori, disperdere rose nella pioggia, sprecare la tua estate pregando inutilmente affinché sorga da queste strade un redentore. Eh sì, già, non sono un eroe e si sa, l’unica redenzione che ti posso offrire, ragazza, sta sotto questo sporco cofano… Ehi cos’altro ci rimane da fare se non tirare giù il finestrino e lasciare che il vento soffi indietro i tuoi capelli, la notte è tutta per noi, questa strada a due corsie ci porterà ovunque vogliamo… abbiamo un’ultima possibilità per avverare i nostri sogni, per scambiare con delle buone ruote le nostre ali, Salta su, il Paradiso ci aspetta lungo il percorso, dai prendi la mia mano, stanotte cercheremo di raggiungere la terra promessa, strada rombante, strada rombante… Nel vento, perciò Mary, salta dentro, è una città piena di perdenti e mi sto tirando fuori da qui per vincere…” (da “Thunder Road”).
A me sembrano canzoni da cinema, magari simile a quello del giovane James Dean. Del resto, con “Born to Run”, Bruce Springsteen voleva fare il disco rock più grande mai fatto. E secondo me ci è riuscito.
“Buio ai margini della città”

“Stanotte sarò su quella collina perché non posso fermarmi, sarò su quella collina con tutto quello che ho. Vite al limite, dove i sogni vengono trovati e perduti. Sarò là in tempo e pagherò il prezzo, per volere le cose che si possono trovare soltanto, nel buio ai margini della città” (da “Darkness on the hedge of town). I versi finali della title track del disco fatto uscire nel 1978 ci raccontano ancora gli stessi temi, la stessa angoscia, la stessa mancanza di lavoro, lo stesso brivido che percorre l’uomo che fa una scelta, quella di cercare, quella di partire. Il futuro resta ignoto e la vita tutta da scoprire e da vivere, come in “The Promised Land” dove Bruce canta “Lavorare tutto il giorno nell’officina di mio padre, guidare tutta la notte in cerca di qualche miraggio, presto, piccola, cambierò città”. Più che a una terra religiosa, il cantautore del New Jersey anela a un luogo di grandi e nuove opportunità.

Conta, ancora una volta, il percorso, nel viaggio alberga la speranza, nella speranza la possibilità di migliorare la propria vita. Il disco è un lavoro intenso, drammatico e sincero, più cupo e introspettivo di altri, “pensato” tra gli ambienti familiari delle fabbriche e dei bassifondi che per Bruce diventano addirittura titoli di ballate, come “Factory” o di pezzi rock come “Badlands” (lo stesso titolo di un film di Malick) che ha un suono e un ritmo talmente trascinante dove la musica sembra volersi prendere tutto, ogni desiderio lanciato in aria, ogni promessa che ti avevano fatto: “Lavori nei campi fino ad avere la schiena bruciata, lavori sugli ingranaggi fino ad avere le idee chiare. Piccola, ora le mie idee sono proprio chiare, faresti bene a ficcartele in testa, cara, il povero vuole diventare ricco, il ricco vuole diventare re, e il re non è soddisfatto finché non governa su tutto. Voglio uscire stanotte, voglio scoprire quello che ho…Per quelli che hanno una certezza, una certezza interiore e profonda, che non ci sia peccato nell’essere felici di essere vivi, voglio trovare un volto che non mi guardi dentro, voglio trovare un posto, voglio sputare in faccia a queste terre maledette…”.
Sempre tra rabbia e dolcezza la ballata struggente di questa fase è “Something in the Night” ma ancora di più la bellissima “Racing in the Street”, protagonista un ragazzo perdente, un’auto truccata per le corse clandestine e i sogni di riscatto: “Corriamo solo per i soldi, senza altri vincoli, li zittiamo e poi gli diamo una batosta. Stanotte, stanotte il percorso è perfetto, li voglio fare fuori già nella prima manche. L’estate è arrivata ed è il momento giusto, per andare a gareggiare in strada… Se ne sta seduta sulla veranda della casa di suo padre, ma tutti i suoi migliori sogni sono stati spezzati. Lei fissa in continuazione il vuoto da sola nella notte, con gli occhi di una che proprio odia di essere venuta al mondo. Per tutti gli estranei sconfitti e gli angeli della hot rod, cChe rombano attraverso questa terra promessa, stanotte la mia piccola ed io correremo fino al mare e laveremo via dalle nostre mani questi peccati”.
Visto che la città non è inclusiva, non è risolutiva, i giovani delle canzoni del Boss conducono vite dignitose ma disilluse ai suoi margini.
Di certo col materiale raccolto tra “Born to Run” e questo nuovo lavoro Bruce avrebbe potuto suonare a vita con gli amici della E Street Band.

Offerte e prezzi
Mini playlist
Spirit in the night
Rosalita
Incident on 57th Street
Born to run
Thunder Road
Jungleland
Darkness on the edge of town
Badlands
The Promised Land
Racing in the street



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