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Cultura da Viaggio / Il grillo Racconta

Il Boss nell’America di oggi

Il destino sul fiume

Il Boss nell’America di oggi

Mi piacerebbe chiedere a Bruce Springsteen se lo abbia ispirato o meno qualche lettura sul fiume per la composizione dell’album e del pezzo della sua definitiva consacrazione. Che ne so magari il tutto scorre di Eraclito lo ha applicato alle sue canzoni dove le giovani vite vanno in cerca di un futuro migliore sapendo che le acque possono sempre mutare, oppure i mille aspetti del fiume nel “Siddharta” di Hesse li ha assimilati come inevitabili, quasi a sottolineare il valore del viaggio e i cambi necessari nel percorso di una vita, le scoperte come il ritorno a casa, la voglia di emozioni e trasformazioni oppure il placido fluire delle acque e dei sensi che assomiglia a uno stato di quiete e di rassegnazione, o ancora le scorribande avventurose dei ragazzi di Mark Twain sul Mississippi gli hanno trasmesso voglia di libertà e lo hanno ispirato per tentare delle vie di fuga, a rendere meno noiosa e chiusa la vita della provincia americana. In alcuni passaggi della sua opera il Boss può aver trovato uno spunto anche nel fiume di “Cuore di tenebra” di Conrad, simbolo di una discesa nel male, della decadenza dell’uomo, della sua sete di conquista e della sua ricerca introspettiva.

Fatto sta che in “The River”, il fiume per il Boss, nel 1980, è stato il momento tutto personale per una riflessione struggente sul tempo che passa, senza troppe novità, speranze o bagliori; è stato il luogo assunto come grembo e come confine, eletto per ripercorrere in un certo senso la vita del padre, piena di sudore, precarietà e fatica, e laggiù nella valle, dove l’acqua scorre, sempre il fiume ha rappresentato la location per ambientare la ballata malinconica di due giovani in difficoltà su tutto: sulla famiglia, sull’amore, su lavoro, sul domani. Con un sound che fa venire i brividi.

In “The River” Bruce ricorda tante cose anche della sua vita personale, come la gravidanza giovanissima della sorella a 17 anni, piena solo di incertezze, psicologiche ed economiche, come il matrimonio fatto senza feste o abiti eleganti, come le fabbriche chiuse intorno alla sua città natale che segnano il tradimento della promessa e della felicità, in parole povere il simbolo della caduta del sogno americano.

E il fiume della sua giovinezza vede passare questi anni e questa storia agrodolce, è insieme il rifugio sicuro e nostalgico del primo amore e dei primi sogni e poi il luogo che sancisce l’inesorabile scorrere di una vita piena di delusioni. Alcuni passaggi del testo lo rivelano benissimo: “Vengo dal fondo della valle, dove, signore, quando sei giovane ti crescono per fare quello che fa tuo padre. Io e Mary ci conoscemmo alle superiori, quando lei aveva solo 17 anni. Andavamo fuori da quella valle, fino a dove i campi erano verdi. Andavamo giù al fiume e nel fiume ci tuffavamo, correvamo fino giù al fiume… Nessun sorriso da giorno da matrimonio, nessuna sfilata lungo la chiesa, niente fiori, niente abito da sposa… Ho avuto un lavoro al cantiere… ma poi il lavoro diminuì a causa della crisi economica, ora tutte le cose che sembravano importanti, beh, amico, sono svanite nell’aria… Di notte sulle rive restavo sveglio e la stringevo a me solo per sentire ogni suo respiro. Ora questi ricordi ritornano a perseguitarmi, mi perseguitano come una maledizione. Un sogno che non si avvera è una bugia? O è qualcosa di peggio…”

Penso davvero che questa canzone sia un quadro, una scena toccante, da cinema al rallentatore, e che non ci sia niente altro da aggiungere. Il viaggio dei due ragazzi operai è cominciato accanto alle acque del fiume e si è semplicemente interrotto, con le speranze svanite, sempre lì, sul fiume.

Il viaggio dei due ragazzi operai è cominciato accanto alle acque del fiume e si è semplicemente interrotto, con le speranze svanite, sempre lì, sul fiume

Altro pezzo dello stesso album è la lenta e meravigliosa ballata di “Drive all Night” dove il protagonista promette alla sua donna di raggiungerla, nonostante una notte di pioggia e tempesta renda pericolosa la sua guida, soltanto per dormire abbracciato a lei e assaporare il suo fascino. Un crescendo emozionale e il solito “maledetto” sax di Clemons a renderla indimenticabile.

Tra le ballate rock uno dei pezzi preferiti da John Lennon, “Hungry Hearts” e il titolo “cuori affamati” è tutto un programma. E anche la simpatica “Cadillac Ranch” con cui il Boss celebra la curiosa installazione artistica di Amarillo in Texas, con delle macchine che escono dalle sabbie dal deserto e gli permettono una celebrazione del viaggio lento on the road tra polvere, orizzonti infiniti e naturalmente altri sogni infranti.

E anche la simpatica “Cadillac Ranch” con cui il Boss celebra la curiosa installazione artistica di Amarillo in Texas

Nebraska, punto e a capo

Arriva il 1982 e con esso il testo sacro del Boss, il suo album in bianco e nero (come la copertina del disco), con storie asciutte, minimaliste e anche nere, perché popolate da sconfitti, alcolisti, assassini, delinquenti, disoccupati, uomini solitari e falliti, finiti ai margini della vita e della comunità, senza amici, senza affetti, senza riferimenti e senza lavoro.

“Nebraska” i critici lo hanno chiamato la pietra miliare della produzione di Springsteen, l’etica del silenzio applicata alla musica, una forma di preghiera privata e laica del Boss, l’elegia della Interstate 80 che taglia come una linea retta (o come una ferita?) le vuote praterie dell’America centrale e rurale.

Di sicuro in questo disco assolutamente scarno Bruce basta a sé stesso, non servono i palchi, gli stadi, i concerti, la E Street Band, sono sufficienti casa sua, un piccolo impianto di registrazione, la sua voce roca, l’armonica e la chitarra e il miracolo si compie, per una story telling profonda, introspettiva, scomoda, senza alcuna retorica, per una pausa meditativa dedicata agli ultimi, che neanche un attimo lui si permette di giudicare. E che forse neppure Dio giudica. Forse, anzi sicuramente, è il sistema sociale che ha provocato queste storie a essere in qualche modo giudicato e criticato.

“Nebraska” è un ritratto del vuoto, dell’essenziale, delle sconfitte dell’uomo.

Insieme al futuro “The Ghost of Tom Joad” questo lavoro sarà ricordato come il miglior album acustico del Boss. E il più doloroso. Si, proprio un blues dolente, da ascoltare da soli.

Insieme al futuro “The Ghost of Tom Joad” questo lavoro sarà ricordato come il miglior album acustico del Boss

La frase simbolo della title-track che è tratta da un fatto vero di cronaca e in modo nudo racconta il buco in cui cade una coppia di giovani assassini che seminano il terrore nel Midwest è la seguente: “vogliono sapere perché ho fatto quello che ho fatto. Beh, c’è una grande cattiveria in questo mondo”. La canzone è terribile per non-senso e spietatezza: “…siamo andati a fare una corsa in macchina, signore, e dieci innocenti sono morti. Dalla città di Lincoln, Nebraska, con un fucile 410 a canne mozze sulle ginocchia attraverso le terre desolate del Wyoming ho ucciso tutto quello che trovavo sulla mia strada… La giuria ha emesso il verdetto e il giudice mi ha condannato a morte… Hanno deciso che non sono degno di vivere e che la mia anima deve essere gettata nel grande vuoto. Volevano sapere perché ho fatto quello che ho fatto, bene signore, credo che ci sia malvagità in questo mondo”.

The meanness in this world, esatto… Non è un’elegia del male ma provare a capire, a chiedersi, perché si sia arrivati a compierlo il male.

Nelle altre canzoni come “My Father’s house”, “Mansion on the Hill”, “Atlantic City”, “Used Cars”, “Johnny 99”, “Highway Patrolman”, “Open all night”, Springsteen mette in scena senza compiacimento altre ingiustizie e delitti, storie di fallimenti, di povertà e di debiti, di differenze di classe, di fughe al casinò per avere ancora una speranza, della follia omicida a cui portano la disperazione e la disoccupazione, dello scontro di un poliziotto contro il fratello delinquente, di un viaggio notturno per raggiungere l’amore, tema ricorrente questo. Si tratta di tutte cronache asciutte, storie infelici, finali. Fino alla poetica “Reason to believe” che vuol far credere ancora alla vita, all’amore, alla fede, in fondo a tanta assurdità: “Una cosa strana mi ha colpito, davvero strana, signore, che anche alla fine di ogni giorno duramente guadagnato, la gente trovi una ragione per credere”.

Fino alla poetica “Reason to believe” che vuol far credere ancora alla vita

Nato negli Stati Uniti: ma è una fortuna o no?

Nel 1984 Bruce chiude il suo fenomenale decennio di rock e di ballate on the road col disco che lo consacra fra i cantanti più importanti, ascoltati e venduti dell’età moderna: “Born in the Usa”. Ma quanta confusione e quanti malintesi ha causato questo titolo epico e anche la copertina dell’album con la bandiera americana, i jeans blu, la t-shirt bianca, il berretto rosso …

Una celebrazione degli Usa per i più superficiali (perché in effetti la musica è travolgente, è un crescendo rock senza uguali), un inno orgoglioso al patriottismo (perché quell’essere nato negli Stati Uniti rimbomba negli stadi di tutto il mondo), della serie sei nato lì allora e sei destinato ad aspettarti diritti e lavoro, casa e soldi, successo, pace e, felicità… Ma io credo che questi fans modaioli abbiano ascoltato solo il ritornello, che peraltro va letto come un grido di denuncia e di dolore. Infatti, a partire dalla famosissima title-track, Bruce canta in un modo neanche troppo ironico la fine dell’innocenza degli Usa, la dimostrazione della fallibilità di una società occidentale, spietata, aggressiva, irriconoscente, indifferente, di un paese che manda i suoi ragazzi a morire in Vietnam senza un perchè, o che li lascia fuori le raffinerie, o senza più sogni. E allora a che serve essere nato negli Stati Uniti? In un paese che non è uguale per tutti?

la fine dell’innocenza degli Usa, la dimostrazione della fallibilità di una società

La parabola perfetta della storia del rocker americano va in scena col racconto di due fratelli, uno che va a finire in Vietnam, si innamora di una ragazza locale e poi muore lì. L’altro che invece affronta il suo difficilissimo “coming home” e che proprio in quella che doveva essere la sua casa non si ritrova più e da veterano di guerra muore dentro, muore piano, abbandonato dalla società, visto come un reietto, destinato solo a vagabondare.

Il testo di “Born in the Usa”, ritornello trionfale a parte, per me non lascia dubbi: “Nato in una città di uomini morti, il primo calcio che ho preso è stato quando ho toccato terra, fai la fine di un cane che è stato picchiato troppo a lungo, fino a che spendi metà della tua vita solo a nasconderti… Mi sono infilato in un piccolo guaio nella mia città, così mi hanno messo un fucile in mano, mi hanno spedito in una terra straniera, per andare a uccidere l’uomo giallo…” – E dopo il ricordo del fratello morto a Saigon ecco il finale amarissimo: “Giù all’ombra del penitenziario, fuori vicino ai fuochi del gas della raffineria, sto bruciando da dieci anni sulla strada. Nessun posto dove correre, nessun posto dove andare”.

 testo di “Born in the Usa”, ritornello trionfale a parte, per me non lascia dubbi

Se nel disco-totem di Bruce non mancano altri pezzi indimenticabili come “Dancin’ in the Dark”(“Amico, non arriverò da nessuna parte stando seduto su un ammasso di rifiuti come questo, sta succedendo qualcosa da qualche parte, piccola, so solo che è così. Non puoi accendere un fuoco, non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, questa pistola è a noleggio, anche se stiamo ballando al buio”) e “I’m on fire” (“La notte mi sveglio con le lenzuola fradicie un treno merci che corre attraverso la mia testa, solo tu puoi raffreddare il mio desiderio, oh, sono in fiamme…”) a donarci energia, fuoco, viaggio e giorni di gloria che scivolano via troppo presto (“Glory Days” è il titolo un altro brano famoso, “giorni di gloria che ti passano accanto, rapidi come il battito di ciglia di una ragazzina”) la dimensione finale e prevalente dell’album è quella dell’elegia del passato contrapposta alla lirica spietata del presente.

In “No Surrender” contano i sogni romantici rimasti nella mente, in “My Hometown” c’è tutta l’amarezza però di vedere la propria città natale che non rappresenta più la felicità dell’infanzia ma piuttosto il luogo della disoccupazione, del malessere delle periferie e di nuove tensioni razziali. Il risultato è quello di un viaggio complesso, dove Bruce esplora il lato oscuro del sogno americano.

Amore, fantasmi e nuove strade

Mi metto nei panni del Boss: dopo una cavalcata del genere durata dieci lunghi anni, dopo un viaggio tanto intenso sulle strade americane, dopo tanto rock potente e decine di ballate iconiche, poteva essere necessaria una pausa intimista, una ripresa del respiro. Passano dischi e messaggi meno eclatanti, meno creativi, sinceramente “Tunnel of Love”, “Human Touch, “Lucky Town” non sono per me dei lavori all’altezza del suo ruggente passato ma poi a metà degli anni ’90 accade qualcosa che lo riporta a toccare le vette della poetica, della riflessione e della denuncia sociale.

Amore, fantasmi e nuove strade

“Streets of Philadelphia” scritta nel 1993 per il film sull’Aids con Tom Hanks e Denzel Washington vince l’Oscar per la miglior colonna sonora ed è un viaggio malinconico per le strade della metropoli operaia della East Coast, col Boss che dona un tocco live agli ultimi giorni di vita del protagonista malato, così vicino al suo corpo e alla sua anima. Indimenticabile il giro di batteria e con esso alcune frasi della canzone: “Ho camminato per il viale fino a quando le mie gambe sono sembrate pietra, ho sentito le voci degli amici svanite, andate, di notte sento il sangue nelle mie vene come se fosse nero e mormorante proprio come la pioggia per le strade di Filadelfia…”.

L’album “The Ghost of Tom Joad” del 1995 fa pensare invece al ritorno di “Nebraska” tale è il suo concentrato di parole tanto intime quanto dure. La title-track è ispirata dal capolavoro di John Steinbeck, “Furore”, l’American Dream va a morire, i protagonisti delle ballate sono i poveri causati dalla recessione, i fantasmi dei lavoratori sfruttati, i senza-tetto, gli emigranti alla disperata ricerca di un posto migliore dove vivere. Difficile estrarre una parte del testo, andrebbe digerito tutto, proviamoci: “Uomini che camminano lungo i binari della ferrovia, diretti da qualche parte, non c’è ritorno. Gli elicotteri della Stradale spuntano dalla cima della collina. Minestra scaldata sul fornello da campeggio sotto il ponte, la fila per il ricovero fa il giro oltre l’angolo della strada. Benvenuti al nuovo ordine mondiale! Le famiglie dormono in macchina nel Sudovest, non c’è casa né lavoro, non c’è pace né riposo. L’autostrada è viva stanotte, non ci si inganna su dove vada a finire, io sto qui seduto alla luce del falò, cercando il fantasma di Tom Joad… Tom diceva “Mamma, ovunque un poliziotto stia picchiando un ragazzo, ovunque un bambino appena nato pianga per la fame, ovunque ci sia una battaglia contro il sangue e l’odio nell’aria, cercami mamma, io sarò là. Ovunque ci sia gente che combatte per un posto dove stare, per un lavoro decente, per una mano amica, ovunque ci siano persone che lottano per essere libere, guardali negli occhi e vedrai me”. Tanta roba…

Il Boss “usando” il fantasma del protagonista del romanzo di Steinbeck

Il Boss “usando” il fantasma del protagonista del romanzo di Steinbeck, simbolo universale della lotta di classe, della solidarietà e della resilienza dei lavoratori, fa riflettere gli americani, mette a nudo le contraddizioni dell’America e il suo viaggio si infila esattamente e ancora una volta proprio lì in mezzo, in quel varco doloroso che separa il mito dalla realtà.

Come, per esempio, nel brano “Highway 29” dove tornano i temi della rapina disperata, della fuga in macchina per le strade deserte e del destino incerto dei protagonisti.

Le stesse crepe Bruce le canterà a poetici intervalli molti anni dopo – e siamo in pratica all’attualità – in “My City of Ruins” contenuta in “The Rising” (2002) e dedicata a tutte le città che devono provare a risollevarsi (la sua Asbury Park finita in declino? la New York dopo la caduta delle Torri Gemelle? la New Orleans sconvolta dall’uragano?), in “Long Walk Home” contenuta in “Magic”, il brano usato per appoggiare la corsa presidenziale di Obama nel 2007, e ancora di più nella recente istant-song “Streets of Minneapolis” dove sotto il faro della denuncia sociale del Boss sono inevitabilmente finite le efferate azioni della polizia anti-immigrazione di Trump.

New Jersey, Nebraska, Philadelphia, Minneapolis, chissà su quali altre difficili strade d’America troveremo Bruce nei prossimi anni…

New Jersey, Nebraska, Philadelphia, Minneapolis, chissà su quali altre difficili strade d’America troveremo Bruce nei prossimi anni…

Offerte e prezzi

Mini Playlist

The River


Drive all Night


Nebraska


Reason to believe


Born in the Usa


No surrender


My Hometown


Streets of Philadelphia


The Ghost of Tom Joad


Highway 29


My City of Ruins


Long Walk Home


Streets of Minneapolis


Ora mi sto ascoltando pezzi da “Devils & Dust”, “Western Stars” e “Letter to you”, il viaggio del Boss continua ancora.

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